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Die Todgeweihten
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Romanzi Storici
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«L’inverno arriverà
presto quest’anno», profetò Mantano mentre alzava al cielo lo sguardo
corrucciato. La sua faccia tradiva il disappunto di fronte a questa
prospettiva. «Può darsi, ma ciò
non significa affatto una fine anticipata dei giochi», rispose distratto l’uomo
al suo fianco, mentre si aggiustava sul braccio la toga finemente lavorata. Arricciò
le labbra ben arcuate che addolcivano i tratti del viso. Si limitò ad alzare leggermente
un sopracciglio dei suoi occhi scuri. «I giochi non sono ancora terminati e certamente
ci sarà in onore di Apollo una ludi…» «Gaio
Ottavio Pulcher, che sorpresa», lo interruppe una voce femminile. Gaio Ottavio
si guardò intorno e vide una portantina coperta di drappi e sostenuta da
schiavi dalla pelle chiara, che tentava di aprirsi un
varco nella folla. «Teodosia, mia cara!»
Gaio sorrise alla nobil donna con un lieve cenno del capo. Sapeva bene che le donne rimanevano soggiogate
dal fascino di questo gesto. La donna si tirò su.
A Gaio sembrò per un attimo di vedere le sue guance illuminarsi, e si avvicinò
lentamente alla portantina. «Tuo marito deve avere molta fiducia negli dèi se
lascia girare senza protezione per le strade di Roma una donna la cui sublime
bellezza farebbe impallidire Venere!» Si chinò verso di lei e sussurrò a fior
di labbra: «Personalmente, ti lascerei andare in giro soltanto con una coorte
di soldati e tuttavia brucerei di gelosia!» Teodosia sorrise
imbarazzata, le guance accese illuminarono il suo viso. Gaio tentò di
nascondere la sua soddisfazione per l’effetto ottenuto lisciandosi con cura la tunica
intessuta d’oro. «Da molto tempo non ti vedo nel Foro e la società romana sente la mancanza …», Teodosia s’interruppe, lo sguardo pieno di desiderio, e gli tese con grazia la mano, «… del suo bel Gaio. A quale caso dobbiamo la tua discesa dai monti?» «Solo il desiderio di
appagarmi della tua grazia riesce a spingermi giù in città», rispose
galantemente Gaio, sostenendo lo sguardo di Teodosia, mentre prendeva le sue
dita abbozzando un baciamano. Teodosia alzò gli
occhi. «Ah, davvero?» «Ad una donna sagace
come te non riesco a nascondere nulla.» Gaio si schiarì la voce, sembrava
sentirsi improvvisamente a disagio e il suo tono diventò più formale. «Gli
affari mi portano in città.» Teodosia si abbandonò
all’indietro, scorse Mantano alle spalle di Gaio e il suo viso espresse
insofferenza. La sua voce diventò improvvisamente fredda, distaccata e
l’espressione gentile mutò in un folgorante disprezzo. Ritirò la mano. «Affari!
Certamente!» Con la coda
dell’occhio Gaio gettò uno sguardo alle spalle osservando il suo accompagnatore
con lo stesso lieve disagio che aveva provato anche Teodosia. La figura di Mantano
faceva rifuggire chiunque. Aveva un aspetto rozzo, animalesco e dava l’impressione
di poter mettere a terra un toro e spezzargli l’osso del collo a mani nude. La
cicatrice che solcava la spessa pelle del viso e che gli era quasi costata
l’occhio destro, non gli dava certo un aspetto rassicurante. Era un uomo più
facile da trovare in una bettola del porto che sul Foro e che comunque si
cercava possibilmente di evitare. Gaio rivolse di nuovo lo sguardo alla donna. «Non ti voglio
distogliere ulteriormente dai tuoi affari», si scusò Teodosia e ordinò ai portantini
con un cenno della mano di avviarsi, come se avesse improvvisamente fretta.
«Mio marito sarebbe lieto di rivederti in occasione di una delle nostre feste,
a patto che i tuoi affari te lo concedano.» Incredulo e di
malumore, Gaio seguì con lo sguardo la portantina che fu presto inghiottita
dall’animazione del Foro. «Sembra aver furia la
nobile Teodosia», brontolò Mantano con tono cupo mentre si riavvicinava a Gaio. «La verità è che fa
parte di quel ristretto gruppo di romani che giudicano male la mia passione, ma
che almeno lo dicono apertamente!», rispose Gaio con una scrollata di spalle
mentre riprendeva il suo cammino. In compagnia di Mantano vagabondò nelle
strade animate in direzione del mercato. Esaminò svogliato la merce dei
mercanti, si guardò in giro, come se dopo l’incontro con Teodosia avesse
dimenticato il vero motivo per cui era venuto nel Foro. L’avversione della
donna lo sconcertò. Certo, l’attività che sosteneva era malfamata. Eppure era
il discendente di un’antica casata rispettabile e con una lunga tradizione. Il
fatto poi che sentisse la vocazione per il ruolo di proprietario di una scuola
di gladiatori il cui nome a Roma era ormai strettamente legato al ludus magnus era una questione affatto
privata! Con uno colpo secco
della lingua Gaio dimenticò Teodosia e si rivolse di nuovo alla faccenda per
cui era venuto. Voleva ispezionare gli schiavi per vedere se ci fosse qualcuno
capace di diventare un gladiatore promettente, uno nato per l’arena. Questo
pensiero lo rallegrò e un sorriso gli sfiorò le labbra. Nella sua immaginazione
vide già lo spettacolo dell’anfiteatro, gli applausi fragorosi ed esulanti del
pubblico che acclama i suoi eroi. Ma le piacevoli
immagini della sua mente furono interrotte da una voce. «Gaio Ottavio,
vecchio mio!» Maldisposto scorse un
uomo con una mano che impugnava la toga e che procedeva accompagnato da una
giovane il cui vestito giallo zafferano la faceva sembrare una piccola
principessa. «Qui è un porto di
mare… dovrei cominciare ad andare di notte sul Foro», sussurrò a Mantano. Poi si
avvicinò all’uomo. Per nascondere la sua esitazione abbozzò un inchino. «Senatore
Publio!» Con le braccia
aperte, come se volesse salutare un familiare, il politico gli si avvicinò.
«Gaio, amico mio, questo incontro è stato voluto dagli dèi! È da tempo che ti
volevo venire a trovare!» Gaio si sottrasse al
tentativo di abbraccio paterno di Publio con un improvviso passo indietro e si
negò all’indesiderata cordialità con un altro gentile inchino. «Gli dèi dispongono
e sanno ciò che è giusto. Mi sento onorato d’incontrarti, senatore!» Publio sghignazzò
come uno scolaretto in stato d’animo gioioso. «Ti ricorderai certamente della
mia figlia più giovane?» Immediatamente il suo viso, nello spingere la ragazza
in avanti, mutò tradendo una espressione da abile uomo d’affari. Gaio sospirò e si
sforzò di sorridere. «Certamente, conosco Giulia da quando ha imparato a
camminare. Mi sembra come fosse stato ieri. Tua figlia sboccerà in tutta la sua
bellezza e metterà in ombra anche sua madre!» Gaio lanciò un breve sguardo alla
ragazza. Era poco appariscente e assomigliava più al padre che alla madre, e il
vistoso naso aquilino, ereditato dal padre, non passava certo inosservato. «Sì», annuì con aria
complice Publio, che non si era accorto della lusinghiera bugia; ammiccò a Gaio
e gli mise la mano sulla spalla per tirarlo da parte. «Compirà dodici anni
quest’anno. È proprio ora di maritarla!» A Gaio si gelò il
sorriso sulle labbra. Giulia teneva pudicamente abbassato lo sguardo. Sembrava
un pacchetto intenzionalmente dimenticato. «Illustre senatore»,
disse Gaio e un nodo gli serrò la gola, «sarebbe un onore per me sposare tua
figlia!» Il viso del senatore s’illuminò di soddisfazione e di orgoglio. «Ma
non posso, lo sai. La morte di mia moglie…» «Gaio!» La maschera
gentile di Publio cadde d’un tratto, «Ottavia è morta cinque anni fa senza
lasciarti figli, e un uomo della tua età dovrebbe…» «La morte di Ottavia è
motivo sufficiente per non precipitare in un altro legame», lo fermò Gaio. «Tua
figlia diventerà con gli anni ancora più bella di quanto non lo sia già.
Dovremmo lasciarle un altro po’ di tempo. E ora, senatore, mi devi scusare, ma
altri affari mi aspettano qui nel Foro.»
Si congedò frettolosamente
da Publio e dalla figlia che trasse un sospiro di sollievo. «È quasi meglio
trovarsi di fronte ai leoni affamati nell’arena», brontolò Gaio mentre si immergeva
di nuovo nella folla insieme a Mantano, lasciandosi alle spalle le ultime
parole di Publio. «Quale demone spinge la gente ad offrirmi ogni bambina che ha
appena imparato a camminare?» Mantano non riuscì a
nascondere un sorriso. «Il tuo ludus
gladiatorius per qualcuno sarà fumo negli occhi, ma sei pur sempre uno
degli uomini più richiesti di Roma. Molte famiglie nobili sarebbero onorate se
riuscissero a legarsi alla casata degli Ottavio.» «Non vogliono il mio
nome, Mantano, ma i miei soldi», rispose Gaio indispettito. «Soprattutto il
senatore Publio, è indebitato con me per una piccola fortuna e spera di
estinguere il suo debito con un matrimonio! Ho tre volte l’età di Giulia e
potrei essere suo nonno!» La perplessità stava
scritta in faccia a Mantano. Gaio proseguì con aria fosca. Aveva voglia di
tornare a casa, per quel giorno aveva avuto abbastanza incontri spiacevoli! «Rufo è di nuovo in
città», disse Mantano ricordando a Gaio il vero motivo della loro visita del
mercato. A queste parole Gaio individuò una bancarella e ci si diresse. «Allora,
vediamo che cosa ci offre!» «L’ultimo affare
concluso con lui non è stato, come dire… proficuo», obiettò Mantano. Gaio esitò un attimo
per rinfrescarsi la memoria e respinse poi l’obiezione con un gesto: «Cupidio,
già! L’avevo quasi dimenticato. Be’, è tutta colpa sua se è morto. E poi, non
l’avevo neanche pagato tanto…» «Fu una rimessa», lo
corresse Mantano. «Questo è il mio
rischio. Perdite ce ne sono state anche in passato e ce ne saranno sempre.
Tuttavia, una Tyche benigna ha finora protetto la mia scuola», rispose Gaio e
vide sul muro di una casa ritratto un gladiatore che superava in altezza tutti
i suoi avversari mentre alzava la sua spada in un gesto di trionfo, acclamato
quasi fosse un dio. La contemplazione di questa immagine migliorò immediatamente
il suo stato d’animo. Fece un cenno col capo verso il ritratto: «Cratone ha da
molto tempo compensato quella perdita!» Mantano non sembrava
affatto impressionato. «Se non fosse così caparbio, ti darei ragione. Gli
auguro che la dea della Fortuna non tolga mai la sua mano protettrice da lui,
in nessun combattimento, neanche per un attimo, perché Cratone è troppo
presuntuoso per essere un gladiatore, troppo avventato! Tanto più quando si
lascia acclamare come re dell’arena!» A Gaio non sfuggì il
tono sprezzante di Mantano, ma non gli dette importanza perché non aveva voglia
di arrabbiarsi ulteriormente. «Ed è esattamente per questo motivo che il popolo
lo adora!». Afferrò Mantano per
la manica entusiasmandosi, quasi avesse l’arena davanti agli occhi e fece un ampio
gesto con le mani. «La folla è fuori di sé quando Cratone sembra soccombere.
Cratone sa perfettamente ciò che fa. Sarebbe diventato un attore di successo,
se non fosse venuto da me.» «O magari sarebbe già
morto da un pezzo!», commentò Mantano bruscamente e con un sorriso di
sufficienza, mentre esaminava il ritratto sul muro che rendeva omaggio all’eroe
di Roma. Gaio gli lanciò uno
sguardo. Sapeva bene che Mantano non sopportava Cratone. Non tentava neppure di
nascondere la sua antipatia, facendo così irritare ulteriormente Gaio. Ma
questi tacque, ben consapevole che altrimenti si sarebbe di nuovo impelagato in
uno dei loro ricorrenti litigi. «Se continua così,
sarà scalzato da un attore più grande di lui!» Mantano distolse lo sguardo dal
muro. «Non dovresti essere tanto permissivo con lui, altrimenti un giorno ti
metterà sotto i piedi. Se fossi in te…» «Mantano!»,
strillò Gaio folgorandolo con lo sguardo. «Ti lasci trasportare! Sei
l’istruttore dei miei gladiatori, ma ti devo ricordare che anche tu eri uno dei
miei schiavi. E non dimenticare: non sei il mio consigliere, ma un uomo al mio
servizio. Non ho chiesto la tua opinione!» Seguì un silenzio
carico di tensione. Su Mantano il rimprovero aveva avuto l’effetto di una
frustata inferta da una mano invisibile. E Gaio era ormai decisamente snervato
e di malumore dopo le continue agitazioni di quella mattina. «Perdonami, padrone.»
Mantano dopo alcuni attimi abbassò la testa in un gesto di sottomissione, «hai
ragione, non spetta a me darti consigli.» Gaio
corrugò la fronte mentre scrutava Mantano. Poi il suo sguardo si volse di nuovo
verso il Foro, dove individuò un’altra figura che accentuò la sua irritazione:
«Per Giove! Pure Marco Tito è qui!» Mantano si affrettò a
guardare nella direzione fissata in modo furente da Gaio. Serrò gli occhi a
fessura brontolando in modo imperturbabile: «È evidente, anche lui si sta guardando
intorno.» Gaio arricciò il naso
come se avesse avvertito il fetore di una pestilenza. Avrebbe volentieri evitato certi incontri sul Foro.
Teodosia e Publio erano addirittura incontri piacevoli in confronto a quello
con quest’uomo. Marco Tito faceva parte di quella eccellente cerchia di persone
la cui presenza Gaio apprezzava come quella di un fetido topo di fogna e che dunque
teneva quanto più possibile lontana da sé. E di solito fece finta di non vedere. Ma la statura di Tito rendeva pressoché
impossibile il tentativo d’ignorarlo. Avanzò con fatica nella folla, la sua
obesità gli permetteva di procedere soltanto con passi lenti. Il doppio mento appoggiato
pesantemente sul suo petto tremolava ad ogni movimento come la polenta. Ogni passo lo faceva sudare. Era
tutt’altro che una delizia per gli occhi. C’era una sola cosa che accomunava
Gaio e Tito: la passione per i giochi. «Be’, se sta cercando
un nuovo combattente?…», rifletté Gaio, ma s’interruppe subito spaventato, «… ahimè,
gli dèi mi sono avversi, ci ha visti!»
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