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Romanzi Storici

                                   

 

 

 img7.gif  I Morituri
     
Traduzione: Bettina Renzoni 


Capitolo
I

 

«L’inverno arriverà presto quest’anno», profetò Mantano mentre alzava al cielo lo sguardo corrucciato. La sua faccia tradiva il disappunto di fronte a questa prospettiva.

«Può darsi, ma ciò non significa affatto una fine anticipata dei giochi», rispose distratto l’uomo al suo fianco, mentre si aggiustava sul braccio la toga finemente lavorata. Arricciò le labbra ben arcuate che addolcivano i tratti del viso. Si limitò ad alzare leggermente un sopracciglio dei suoi occhi scuri. «I giochi non sono ancora terminati e certamente ci sarà in onore di Apollo una ludi…»

«Gaio Ottavio Pulcher, che sorpresa», lo interruppe una voce femminile. Gaio Ottavio si guardò intorno e vide una portantina coperta di drappi e sostenuta da schiavi dalla pelle                                                           

chiara, che tentava di aprirsi un varco nella folla.

«Teodosia, mia cara!» Gaio sorrise alla nobil donna con un lieve cenno del capo. Sapeva

bene che le donne rimanevano soggiogate dal fascino di questo gesto.

La donna si tirò su. A Gaio sembrò per un attimo di vedere le sue guance illuminarsi, e si avvicinò lentamente alla portantina. «Tuo marito deve avere molta fiducia negli dèi se lascia girare senza protezione per le strade di Roma una donna la cui sublime bellezza farebbe impallidire Venere!» Si chinò verso di lei e sussurrò a fior di labbra: «Personalmente, ti lascerei andare in giro soltanto con una coorte di soldati e tuttavia brucerei di gelosia!»

Teodosia sorrise imbarazzata, le guance accese illuminarono il suo viso. Gaio tentò di nascondere la sua soddisfazione per l’effetto ottenuto lisciandosi con cura la tunica intessuta d’oro.

«Da molto tempo non ti vedo nel Foro e la società romana sente la mancanza …», Teodosia s’interruppe, lo sguardo pieno di desiderio, e gli tese con grazia la mano, «… del suo bel Gaio. A quale caso dobbiamo la tua discesa dai monti?»                     

«Solo il desiderio di appagarmi della tua grazia riesce a spingermi giù in città», rispose galantemente Gaio, sostenendo lo sguardo di Teodosia, mentre prendeva le sue dita abbozzando un baciamano.

Teodosia alzò gli occhi. «Ah, davvero?»

«Ad una donna sagace come te non riesco a nascondere nulla.» Gaio si schiarì la voce, sembrava sentirsi improvvisamente a disagio e il suo tono diventò più formale. «Gli affari mi portano in città.»

Teodosia si abbandonò all’indietro, scorse Mantano alle spalle di Gaio e il suo viso espresse insofferenza. La sua voce diventò improvvisamente fredda, distaccata e l’espressione gentile mutò in un folgorante disprezzo. Ritirò la mano. «Affari! Certamente!»

Con la coda dell’occhio Gaio gettò uno sguardo alle spalle osservando il suo accompagnatore con lo stesso lieve disagio che aveva provato anche Teodosia.

La figura di Mantano faceva rifuggire chiunque. Aveva un aspetto rozzo, animalesco e dava l’impressione di poter mettere a terra un toro e spezzargli l’osso del collo a mani nude. La cicatrice che solcava la spessa pelle del viso e che gli era quasi costata l’occhio destro, non gli dava certo un aspetto rassicurante. Era un uomo più facile da trovare in una bettola del porto che sul Foro e che comunque si cercava possibilmente di evitare. Gaio rivolse di nuovo lo sguardo alla donna.   

«Non ti voglio distogliere ulteriormente dai tuoi affari», si scusò Teodosia e ordinò ai portantini con un cenno della mano di avviarsi, come se avesse improvvisamente fretta. «Mio marito sarebbe lieto di rivederti in occasione di una delle nostre feste, a patto che i tuoi affari te lo concedano.»

Incredulo e di malumore, Gaio seguì con lo sguardo la portantina che fu presto inghiottita dall’animazione del Foro.

«Sembra aver furia la nobile Teodosia», brontolò Mantano con tono cupo mentre si riavvicinava a Gaio.

«La verità è che fa parte di quel ristretto gruppo di romani che giudicano male la mia passione, ma che almeno lo dicono apertamente!», rispose Gaio con una scrollata di spalle mentre riprendeva il suo cammino. In compagnia di Mantano vagabondò nelle strade animate in direzione del mercato. Esaminò svogliato la merce dei mercanti, si guardò in giro, come se dopo l’incontro con Teodosia avesse dimenticato il vero motivo per cui era venuto nel Foro. L’avversione della donna lo sconcertò. Certo, l’attività che sosteneva era malfamata. Eppure era il discendente di un’antica casata rispettabile e con una lunga tradizione. Il fatto poi che sentisse la vocazione per il ruolo di proprietario di una scuola di gladiatori il cui nome a Roma era ormai strettamente legato al ludus magnus era una questione affatto privata!

Con uno colpo secco della lingua Gaio dimenticò Teodosia e si rivolse di nuovo alla faccenda per cui era venuto. Voleva ispezionare gli schiavi per vedere se ci fosse qualcuno capace di diventare un gladiatore promettente, uno nato per l’arena. Questo pensiero lo rallegrò e un sorriso gli sfiorò le labbra. Nella sua immaginazione vide già lo spettacolo dell’anfiteatro, gli applausi fragorosi ed esulanti del pubblico che acclama i suoi eroi.

Ma le piacevoli immagini della sua mente furono interrotte da una voce.

«Gaio Ottavio, vecchio mio!»

Maldisposto scorse un uomo con una mano che impugnava la toga e che procedeva accompagnato da una giovane il cui vestito giallo zafferano la faceva sembrare una piccola principessa.                                                                                                                   

«Qui è un porto di mare… dovrei cominciare ad andare di notte sul Foro», sussurrò a Mantano. Poi si avvicinò all’uomo. Per nascondere la sua esitazione abbozzò un inchino. «Senatore Publio!»

Con le braccia aperte, come se volesse salutare un familiare, il politico gli si avvicinò. «Gaio, amico mio, questo incontro è stato voluto dagli dèi! È da tempo che ti volevo venire a trovare!»

Gaio si sottrasse al tentativo di abbraccio paterno di Publio con un improvviso passo indietro e si negò all’indesiderata cordialità con un altro gentile inchino. «Gli dèi dispongono e sanno ciò che è giusto. Mi sento onorato d’incontrarti, senatore!»

Publio sghignazzò come uno scolaretto in stato d’animo gioioso. «Ti ricorderai certamente della mia figlia più giovane?» Immediatamente il suo viso, nello spingere la ragazza in avanti, mutò tradendo una espressione da abile uomo d’affari.

Gaio sospirò e si sforzò di sorridere. «Certamente, conosco Giulia da quando ha imparato a camminare. Mi sembra come fosse stato ieri. Tua figlia sboccerà in tutta la sua bellezza e metterà in ombra anche sua madre!» Gaio lanciò un breve sguardo alla ragazza. Era poco appariscente e assomigliava più al padre che alla madre, e il vistoso naso aquilino, ereditato dal padre, non passava certo inosservato.

«Sì», annuì con aria complice Publio, che non si era accorto della lusinghiera bugia; ammiccò a Gaio e gli mise la mano sulla spalla per tirarlo da parte. «Compirà dodici anni quest’anno. È proprio ora di maritarla!»

A Gaio si gelò il sorriso sulle labbra. Giulia teneva pudicamente abbassato lo sguardo. Sembrava un pacchetto intenzionalmente dimenticato.

«Illustre senatore», disse Gaio e un nodo gli serrò la gola, «sarebbe un onore per me sposare tua figlia!» Il viso del senatore s’illuminò di soddisfazione e di orgoglio. «Ma non posso, lo sai. La morte di mia moglie…»

«Gaio!» La maschera gentile di Publio cadde d’un tratto, «Ottavia è morta cinque anni fa senza lasciarti figli, e un uomo della tua età dovrebbe…»

«La morte di Ottavia è motivo sufficiente per non precipitare in un altro legame», lo fermò Gaio. «Tua figlia diventerà con gli anni ancora più bella di quanto non lo sia già. Dovremmo lasciarle un altro po’ di tempo. E ora, senatore, mi devi scusare, ma altri affari mi aspettano qui nel Foro.» 

Si congedò frettolosamente da Publio e dalla figlia che trasse un sospiro di sollievo.

«È quasi meglio trovarsi di fronte ai leoni affamati nell’arena», brontolò Gaio mentre si immergeva di nuovo nella folla insieme a Mantano, lasciandosi alle spalle le ultime parole di Publio. «Quale demone spinge la gente ad offrirmi ogni bambina che ha appena imparato a camminare?»

Mantano non riuscì a nascondere un sorriso. «Il tuo ludus gladiatorius per qualcuno sarà fumo negli occhi, ma sei pur sempre uno degli uomini più richiesti di Roma. Molte famiglie nobili sarebbero onorate se riuscissero a legarsi alla casata degli Ottavio.»

«Non vogliono il mio nome, Mantano, ma i miei soldi», rispose Gaio indispettito. «Soprattutto il senatore Publio, è indebitato con me per una piccola fortuna e spera di estinguere il suo debito con un matrimonio! Ho tre volte l’età di Giulia e potrei essere suo nonno!»

La perplessità stava scritta in faccia a Mantano. Gaio proseguì con aria fosca. Aveva voglia di tornare a casa, per quel giorno aveva avuto abbastanza incontri spiacevoli!

«Rufo è di nuovo in città», disse Mantano ricordando a Gaio il vero motivo della loro visita del mercato. A queste parole Gaio individuò una bancarella e ci si diresse. «Allora, vediamo che cosa ci offre!»

«L’ultimo affare concluso con lui non è stato, come dire… proficuo», obiettò Mantano.

Gaio esitò un attimo per rinfrescarsi la memoria e respinse poi l’obiezione con un gesto: «Cupidio, già! L’avevo quasi dimenticato. Be’, è tutta colpa sua se è morto. E poi, non l’avevo neanche pagato tanto…»

«Fu una rimessa», lo corresse Mantano.

«Questo è il mio rischio. Perdite ce ne sono state anche in passato e ce ne saranno sempre. Tuttavia, una Tyche benigna ha finora protetto la mia scuola», rispose Gaio e vide sul muro di una casa ritratto un gladiatore che superava in altezza tutti i suoi avversari mentre alzava la sua spada in un gesto di trionfo, acclamato quasi fosse un dio. La contemplazione di questa immagine migliorò immediatamente il suo stato d’animo. Fece un cenno col capo verso il ritratto: «Cratone ha da molto tempo compensato quella perdita!»

Mantano non sembrava affatto impressionato. «Se non fosse così caparbio, ti darei ragione. Gli auguro che la dea della Fortuna non tolga mai la sua mano protettrice da lui, in nessun combattimento, neanche per un attimo, perché Cratone è troppo presuntuoso per essere un gladiatore, troppo avventato! Tanto più quando si lascia acclamare come re dell’arena!»

A Gaio non sfuggì il tono sprezzante di Mantano, ma non gli dette importanza perché non aveva voglia di arrabbiarsi ulteriormente. «Ed è esattamente per questo motivo che il popolo lo adora!».

Afferrò Mantano per la manica entusiasmandosi, quasi avesse l’arena davanti agli occhi e fece un ampio gesto con le mani. «La folla è fuori di sé quando Cratone sembra soccombere. Cratone sa perfettamente ciò che fa. Sarebbe diventato un attore di successo, se non fosse venuto da me.»

«O magari sarebbe già morto da un pezzo!», commentò Mantano bruscamente e con un sorriso di sufficienza, mentre esaminava il ritratto sul muro che rendeva omaggio all’eroe di Roma.

Gaio gli lanciò uno sguardo. Sapeva bene che Mantano non sopportava Cratone. Non tentava neppure di nascondere la sua antipatia, facendo così irritare ulteriormente Gaio. Ma questi tacque, ben consapevole che altrimenti si sarebbe di nuovo impelagato in uno dei loro ricorrenti litigi.

«Se continua così, sarà scalzato da un attore più grande di lui!» Mantano distolse lo sguardo dal muro. «Non dovresti essere tanto permissivo con lui, altrimenti un giorno ti metterà sotto i piedi. Se fossi in te…»

«Mantano!», strillò Gaio folgorandolo con lo sguardo. «Ti lasci trasportare! Sei l’istruttore dei miei gladiatori, ma ti devo ricordare che anche tu eri uno dei miei schiavi. E non dimenticare: non sei il mio consigliere, ma un uomo al mio servizio. Non ho chiesto la tua opinione!»

Seguì un silenzio carico di tensione. Su Mantano il rimprovero aveva avuto l’effetto di una frustata inferta da una mano invisibile. E Gaio era ormai decisamente snervato e di malumore dopo le continue agitazioni di quella mattina.

«Perdonami, padrone.» Mantano dopo alcuni attimi abbassò la testa in un gesto di sottomissione, «hai ragione, non spetta a me darti consigli.»

Gaio corrugò la fronte mentre scrutava Mantano. Poi il suo sguardo si volse di nuovo verso il Foro, dove individuò un’altra figura che accentuò la sua irritazione: «Per Giove! Pure Marco Tito è qui!»

Mantano si affrettò a guardare nella direzione fissata in modo furente da Gaio. Serrò gli occhi a fessura brontolando in modo imperturbabile: «È evidente, anche lui si sta guardando intorno.»

Gaio arricciò il naso come se avesse avvertito il fetore di una pestilenza. Avrebbe  volentieri evitato certi incontri sul Foro. Teodosia e Publio erano addirittura incontri piacevoli in confronto a quello con quest’uomo. Marco Tito faceva parte di quella eccellente cerchia di persone la cui presenza Gaio apprezzava come quella di un fetido topo di fogna e che dunque teneva quanto più possibile lontana da sé. E di solito fece finta di non vedere. Ma la statura di Tito rendeva pressoché impossibile il tentativo d’ignorarlo. Avanzò con fatica nella folla, la sua obesità gli permetteva di procedere soltanto con passi lenti. Il doppio mento appoggiato pesantemente sul suo petto tremolava ad ogni movimento come la polenta. Ogni passo lo faceva sudare. Era tutt’altro che una delizia per gli occhi. C’era una sola cosa che accomunava Gaio e Tito: la passione per i giochi.

«Be’, se sta cercando un nuovo combattente?…», rifletté Gaio, ma s’interruppe subito spaventato, «… ahimè, gli dèi mi sono avversi, ci ha visti!»

 

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Morituri
© Cornelia Kempf

 
 

 

  
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